Sorella morte, fratello carceriere

Serata di amici, case ristrutturate, chitarre, camini scoppiettanti e voglia di essere ovunque, ma altrove. Lontano dalle candele, dai muri di pietra e legno portati al vivo. Lontano da tutto, lontano da tutti. Incapace di sentire umane vicinanze che gli altri sentono o, sa Dio perché, simulano di sentire. Capace solo di sentire la vicinanza della morte che si confonde nello scoppiettare amichevole e caldo del fuoco.

E sentirsi soli anche in questo sentire che gli altri sembrano non percepire. Eppure è qui intorno la sento con forza. Non è ruvida e spigolosa come tutti l’immaginiamo, ma morbida, silenziosa, in nulla diversa dalla vita. Per ora.


La senti e sei incapace di opporti, di fare qualsiasi cosa. Eppure sai bene che un giorno, quando sarà palese a tutti, rimpiangerai di non aver saputo nemmeno provare a opporti per inutile che fosse. È già successo altre volte. Sei già stato carnefice per diventare vittima sulla sofferenza altrui.La realtà è che speri che accade anche se non ne vuoi sopportare ne conseguenze. La realtà è che speri di liberarti delle costrizioni delle imposizioni di cui non ti libererai mai. Speri che la morte altrui sia una medicina migliore che urlare e spaccarsi la fronte prendendo a testate il sedile dell’auto che ti porta a perdere altre ore di una vita già di suo inutile.

La realtà è che non riuscirai mai a uscire dalle gabbie nemmeno dalla nebbia che ti circonda, per quante infinite volte tu possa far colare il sangue dalla tua fronte, per quanto tu possa urlare, per quanto tu possa incarnare nel primo che incontri il tuo carnefice estemporaneo, sarai sempre tu il carceriere di te stesso.
È l’unica cosa che sai fare.


Puoi tornare a svegliarti tra le tue cose che non ti appartengono.

Forse sai fare anche questo.




Nelle prossime dodici ore perderò una felpa…

In fila per check-in a Porto Torres.

Fa sempre uno strano effetto buttare un occhio sul navigatore quando stai per imbarcarti. La rappresentazione rassicurante della rete stradale si perde all’improvviso nel nulla e davanti a te si prospetta come un atavico baratro il mare. Salvo poi riprendere il tracciato del percorso sulla terra ferma della penisola. In mezzo il niente. E mi torna in mente la prima volta che mi sono reso conto, grazie a uno sciopero dei conduttori di volo e a un mare di forza sufficiente a rendere sconsigliabile che i traghetti uscissero dal porto, di cosa davvero vuol dire Isola.

L'imbarco dei passeggeri a piedi.

L’ingresso nelle fauci spalancate dei garage del traghetto non mi piace. Provo una certa invidia per chi s’imbarca a piedi sullo sfondo del tramonto che rende il lasciare l’Isola un vero distacco. Dentro è scuro e il tanfo di petrolio ti accompagna a volte per giorni dopo che sei passato dalla stiva incinta di automobili stipate a venti centimetri scarsi una dall’altra. Detesto le scale strette e comodo che portano ai ponti superiori con le cabine e ancor più detesto il pensiero di dover fare la strada a ritroso al momento dello sbarco. soprattutto se ti inghiottono nei garage inferiori, dove se ti va bene sei anche sotto il pelo dell’acqua, anche se in media questo per fortuna no cambia di molto le cose.

Motonave Majestic, in attesa della partenza.

Quando riesco a riprendere contatto con l’aria mi sembra pulita rispetto a quella presente nei tenebrosi garage. Basta non guardare sotto boro, evitare di individuare il lerciume stagnante intorno alle fiancate e godersi la scenografia dell’imbrunire arricchita dal moto d’orgoglio delle luci artificiali che iniziano a sentirsi più forti della luce naturale che svanisce. Con una leggera scossa il grosso ventre carico di auto e e scheletri coperti di carne, si muove. A i lati delle fiancate l’acqua scivola pulendosi con dolcezza delle scorie accumulate nel porto. Il vento inizia a essere freddo sulla pelle. Ma non ho voglia di rimettere la felpa. Più comodo rientrare.  

Motonave Majestic, la cabina 7439.

Arrivare in cabina dopo una giornata in giro per maneggi, strade provinciali, incontri nel centro di Sassari e una decina di minuti al freddo sul onte superiore dovrebbe offrire una sensazione di piacevole e rilassante benessere. Invece lascia un po’ di amaro in bocca. Come un tempo, tutte le volte che lasciavo l’Isola. Questa cabina mi riporta a casa, se Milano si può definire casa. Sarà il mio luogo per dieci o dodici ore di isolamento. Non credo di averne bisogno… penso di aver finalmente lasciato andare qualcosa in questo viaggio.
E nelle prossime dodici ore perderò una felpa… forse per ricordare meglio.

Ma io lei l’ho già ospitata

Ci sono impegni che si assumono volontariamente e a volte poi ci si accorge che erano tasselli necessari all’interno di un processo più complesso. Fissare le idee, frammenti di discorsi ascoltati e immagini viste permette di tirare le fila di quanto accaduto. L’utilizzo di un giocattoli tecnologico si può giustificare con finì di pseudo sperimentaIone coiinicativa, ma forse nasce dal tentativo di capirci qualcosa. Forse non a caso nasce da il viaggio in Sardegna fin qui mediato in mille modi.

Arrivare a Villanova Monteleone di notte con una giornata intensa alle spalle è stato come ritrovare casa. Mi è sembrato normale sul momento, ma è ovviamente surreale trovare accoglienti e familiari luoghi visti solo il paio di volte. Cercare il solito parcheggio. Il piacere delle abitudini. Il solito rituale con la proprietaria del solito bed & breakfast che guardandomi un po’ di traverso mi dice a metà interrogatova e a metà affermativa “Ma io lei l’ho già ospitata”. Un rituale rassicurante che eccettoata la prima volta sembra destinato a ripetersi sempre.

Odori di pravere nell’aria che dovrebbe essere autonnale. Ai lati della strda scivolano cuscini di fuori gialli che contatstamo l’azzurro del cielo. L’aria ha una limposzza inaudita. Mi fermo al lato della strada per Sassari per strappare il brandelli di ricordo. Due passi nell’erba e mi viene voglia di correre. C’è un’energia speciale nell’aria.

Mi fermò ancora, stavolta perandare una mail. Stò solo cercando scuse per prolungare questo trasferimento. Uma sosta fortunata. Mentre sto per ripartire uno stormo di corvo si leva nero dal saccheggio di un campo campo seminato. In il attimo si trasforma il un pulviscolo di punti scuri che si dissolvpno nel cielo blu.

Uscita di Domusnovas, Villamassargia, Carbonia. Superi il cavalcavia e…

Campi di Carciofi tra Decimoputzi e Villasor.

Forse avrei dovuto chiedermelo prima. Ora non avrei dubbi se avessi risolto la questione prima. Dai finestrini aperti entra un odore tenue, sfilacciato, ma presente. Conosciuto anche, ma di cosa? Hai lati della strada scorrono campi di un verde intenso con sfumature che suggeriscono il blu senza rivelarlo. Per quanto da cittadino incallito mi possa apparire strano questo è l’odore di quei campi, questo è i profumo dei carciofi. Amplificato all’ennesima potenza rispetto ad un banco di mercato, ma son proprio carciofi.

Nelle campagne di Domusnovas.

“Uscita di Domusnovas, Villamassargia, Carbonia. Superi il cavalcavia e subito giri a destra nella stradina di campagna, poi a sinistra vai sempre diritto finché non ci trovi”. Sarà questa? Credo di sì, non la prima volta che vengo, ma succede a intervalli di tempo tali che è difficile memorizzare bene. E poi è la prima volta che arrivo da solo e non può certo aiutarmi il navigatore da queste parti. Ecco il solito maremmano incarognito che mi sbraita contro da dietro il muretto di recinzione. Allora ci siamo proprio.  dopo quella curva ci sarà il solito gregge che cerca l’ombra.

In prossimità della SS131 in direzione Sassari.

Verso nord. Si riparte. Tempo stimato per l’arrivo a Villanova… “Eh ci vorranno almeno tre ore” dice Sergio. Benedetta isola, non son onemmeno duecento chilometri. “Ti accompagnamo noi fino a un bivio, poi tu prosegui e tiri sempre dritto fino alla Centootrentuno. Seguici”.
La panda di Carletto accosta, tra un po’ resto da solo. “Allora tu prosegui sempre dritto da qui. E vai piano che ci vediamo a Milano a novembre”. Ciao Carletto, ciao Komeini.

La strada nelle campagne nei pressi di Mara.

Il navigatore suggeriva di svoltare a sinistra, ma ho preferito dar retta ai minatori e andare dritto. Peccato che a un certo punto devo aver sbagliato qualcosa e a un certo punto mi vedevo scorrere la SS 131 sulla sinistra senza trovar modo di entrarci. Chissà quanti chilometri ho fatto in più. Pazienza. Mi chiedo come appaia vista da lontano la strada in mezzo alla campagna deserta nel buio della notte con solo la mia macchina con i fari accesi a percorrerla.


Eravamo cattivi, o Sandro!

La bandiera dei Minatori Iglesienti a casa di Scintilla.

“Siediti qui, compangiu”. La tavola è imbandita. Imbandita… un termine termine desueto che qui assume un valore concreto, vero. Non è la ricchezza delle tovaglie o delle stoviglie o la raffinatezza delle preparazioni servite a fare di una tavola una tavola Imbandita. La tovaglia è di plastica e nasconde a malapena i dislivelli tra le assi, i bicchieri e piatti semplici, ieri erano addirittura di plastica usa e getta. A occupare lo spazio olive, il vino fatto in casa, quello senza medicine, racchiuso in bottiglie che erano state dell’acqua, il maialino nel tegame immerso nei rami di mirto, il pane fresco il cocco. Dal muro, a capotavola, ci protegge e benedice la bandiera rossa dei Minatori Igliesienti, il ricordo vivo di un passato. Nell’angolo le bandiere rosse portate in manifestazione sono vive.

Silvestro Khomeini Papinuto e Sergio Philipis Fonnesu.

“O Silvestro te lo ricordi Sandro quando è venuto in miniera?”
“No, non l’ho mai visto. E poi già lo vedo che non mi piace custo co sa coda” Silvestro ha ragione, e mi piace la secchezza con con cui risponde accompagnando la parola scarna con il gesto della testa, mentre di rivolge ai compagni per dire che non gli piaccio. È uno di cui ci si può fidare Khomeini, lo sento. Mi sta mettendo alla prova, ma va bene così, è giusto. C’è un che di istintivo, quasi di animalesco, in questo atteggiamento che mi piace. “Hai capito perché su nomingiu è Khomeini?” mi chiede Sergio. Penso alla barbetta curata e scusa con appena qualche accenno di grigio, al taglio che potrebbe essere vagamente medio orientale degli occhi e “Eh, ma va! Non lo hai sentito come parla?” In effetti non occorre particolare attenzione per notare le esternazioni manichee di Silvestro. Mi sento un po’ stupido, mentre cominciamo a parlare e scopro che Khomeini è appassionato speleologo da quaranta anni. Fin da ragazzo aveva la passione delle miniere, poi ha scoperto la fotografia. Ma la settimana scorsa in Puglia dalla nipotina di sei mesi gli si è sputtanata un scheda con cinquecento fotografia. E dopo la bambina lo aveva guardato con riprovazione, si capiva dallo sguardo che diceva “Ma che cazzu e nonnu”. Intanto gioca con l’immancabile coltello artigianale che affonda nel pecorino con la sicurezza placida che dichiara una confidenza atavica con lo strumento. “Non mi piace stare fermo” Silvestro mi indica i mestoli e gli attrezzi intagliati nel legno che sono disposti a rastrelliera sul camino. Ne sceglie uno e me lo porge “Questo è ginepro” mi dice e capisco che per lui è il migliore. È incredibile come sia innegabilmente un mestolo, eppure a prima vista non te ne accorgi tanto è naturale e ingrata la sua forma. Quanto rispetto per un semplice ramo nel piegarlo a esigenze umane.

Manlio su poeta Massole e Franco Murru.

Manlio, il poeta minatore è il decano della tavolata. Magro, carismatico. Insegnante da giovane un giorno si chiese come diavolo faceva a spiegare ai suoi ragazzi cosa fosse la miniera dove lavoravano tutti i loro padri mentre lui se ne stava in quell’aula pulito e al sicuro. E decise di diventare minatore. A un tratto si alza con calma e si mette seduto in un angolo del camino con i suoi quasi ottanta anni, un taccuino e una penna con cui inizia a scrivere qualcosa. “Non perde mai tempo” mi dice Sergio. Manlio ha scritto poesie asciutte, incisive al punto che se le hai lette una volta magari puoi dimenticare la sequenza delle parole, ma di certo non il loro senso. Manlio mi ha insegnato dalle pagine di un libro che essere uomini significa non abbandonare l’ultimo in difficoltà, perché il suo problema è anche il tuo. La montagna insegna con il sangue i veri valori. Manlio è un uomo dalla visione sorprendentemente ampia “Si adesso sembra che si stiano perdendo i nostri valori. Lo hanno cancellati negli ultimi trenta anni, è vero. Ma torneranno. È sicuro, per quanto si possa scendere nella bassezza, la storia dell’uomo è questa. Torneranno”. Manlio è un uomo attento e sensibile, forte e appassionato, uno che non si vergogna a fare pubblicamente una dichiarazione di stima e amore nei confronti della moglie davanti ai compagni “Io tornavo a casa tutti i giorni e trovavo mia moglie tranquilla. Solo due anni fa ho scoperto che non c’era stato un giorno che quando andavo a lavorare in miniera non era preoccupata. Ma non mi ha mai fatto capire niente per regalarmi un po’ di tranquillità quando ero a casa”.

Le foto conservate da Scintilla.

La discussione si infiamma di continuo, tutti giorni, tutte le volte che si incontrano. Nell’aria si susseguono ritmi difficili da afferrare, ma possibili da percepire. Il gruppo si confronta di continuo tra individui attraverso lo scherzo, la discussione che appare tanto più animata quanto meno si capisca il sardo, ma poi ritmicamente si offre conferme di stabilità, di coesione. Il gruppo è fatto di individui che si conoscono da una vita, che hanno giocato, lavorato, affrontato la morte in faccia, conosciuto la forza della natura, imparato a rispettarla. Il gruppo è fatto di individui che sono disposti a urlare tra loro per qualunque sciocchezza, ma che diventano una sola persona se succede qualcosa di serio. In un istante si trasformano in un blocco monolitico. Lo senti nell’aria ti viene la pelle d’oca per la sua bellezza atavica e inesprimibile. E non sono ricordi incatenati in un rettangolo di carta colorata chiamato fotoricordo. È qualcosa di vivo, come le bandiere nell’angolo.

Carletto Scintilla Dessì e la foto di una manifestazione.

Le foto tirate fuori da una busta stropicciata sembrano il simbolo perfetto della coscienza del gruppo. Le cose fatte non erano frutto di improvvisazione, ma della volontà precisa di farsi rispettare come uomini, di una coscienza di appartenenza di classe radicata, forte, insopprimibile. Come la necessità di tramandare, ricordare, non far perdere il patrimonio di cultura che questi uomini racchiudono. “Abbiamo imparato dagli anziani” mi dice Khomeini aggiungendo con voce triste ” Il mio rimpianto è quello di aver potuto insegnare a nessuno quello che ho imparato”.

Una delle foto appese ai muri della casa di Scintilla.

“Eravamo <i>cattivi</i>, o Sandro! Quando c’era qualcosa che non si sembrava giusta non lo accettavamo. Fare uno sciopero era una cosa di un attimo. E quante giornate abbiamo perso di salario. Ma se era giusto si faceva. Certo a volte dovevamo pensare che per alcuni perdere una giornata non era una cosa semplice con i figli cui dar da mangiare. E allora a volte su certe cose si lasciava perdere. Ma su quelle importanti, sul rispetto del nostro lavoro e della nostra vita eravamo proprio cattivi”. Non c’è la nostalgia dei reduci nella voce, c’è l’orgoglio di aver combattuto per una causa giusta, perché gli altri compagni fossero trattati nel giusto, perché i propri figli che avrebbero lavorato anche loro in miniera non dovessero subire ingiustizie. “All’inizio i nostri padri non ci capivano, erano abituati a essere trattati da schiavi e non ci parlavano quando facevamo casino. Però poi piano piano hanno capito”.

Io, la fotografia…

Il ristorante di Villasor.

Ci sono pochi posti al mondo come la Sardegna dove sono i particolari a rendere riconoscibili luoghi altrimenti massificati. Il ristorante di Villasor dove sono finito, riesce a esprimere in modo improbabile un sogno di continentalità globalizzata che contiene e rispecchia al tempo stesso l’anima profonda della sardità. All’imitazione di luoghi alieni al territorio si affianca una tipica sciatteria figlia di case dai muri mai tirati su completamente o quanto meno mai intonacati.
Soprattutto vien da chiedersi cosa ci faccia un ristorante come questo nel Campidanoi. Ma a chiarire definitivamente che sei sull’Isola, ci sono comunque porzioni che giustificherebbero la richiesta di possesso del porto d’armi da parte dei ristoratori.

Emanuele Cremaschi corregge la disposizione delle foto.

La mostra all’interno del Castello Siviller è montata su cubi che sono stati collocati al centro della sala. La disposizione è approssimativa e non segue il filo che la memoria suggerirebbe fosse stato tracciato. Sedate le intemperanze autoriali non rimane che ritrovare una disposizione che permetta di interpretare le immagini interpretando il luogo. E alla fine diventa un momento di introspezione anche questo in cui ci si può iniziare a conoscere meglio reciprocamente. Gli stimoli ci sono, la capacità anche l’unico ostacolo per ottenere risultati di rilievo, con i giusti tempi di realizzazione, sono le insicurezze caratteriali. Ma il discorso introduttivo al momento della presentazione ufficiale fa ben sperare. “Spero di aver rispettato con le mie imagini tutti coloro che ho fotografato”. 

Maura Grussu, durante lo spettacolo teatrale.

Si può pensare allo spettacolo. “Io sono la Fotografia”. Una donna con un lungo abito nero entra in scena. Regge uno specchio in mano. Parla, descrive se stessa, si difende dalla accuse ricevute in oltre un secolo e mezzo di esistenza. Mi ha fatto impressione entrare di nuovo in un piccolo teatro. Sfiorare le tavole del palcoscenico per trovare un posto sulla piccola gradinata mi ha emozionano anche se non lo avrei voluto. un tuffo morbido nel tepore del passato, nell’abbraccio di fatti accaduti e persone incontrate in prossimità di altre tavole consunte da parole ed emozioni di pubblico e attori. Una <i>camera obscura</i> gigante racchiude la Fotografia, come una perla nera nelle valve di un’ostrica nera. Presente e al tempo stesso assente, con quel cerchio di riflessi in mano sembra  mostrare la fragilità solida di un mezzo da taluni idolatrato, da altri condannato, dai più ignorato.

 

Un angolo del giardino che circonda il teatro di Villasor.

Si esce. La notte campidanese circonda il teatro abbracciato dalle campagne irrorate di Luna. Nel giardino curato, un globo luce artificiale punteggia un angolo atavico di pietre e foglie mediterranee. Vibra quieto di un senso di protezione antica. Mi rigetta in passato recente di rottura con quello che c’era prima, di amore successivamente ripudiato per una terra nuova e tutta da scoprire. Rivolgersi indietro per la seconda volta nella stessa sera per cercare di capire cosa sia accaduto in quest’anestesia lunga una decina di anni. Forse sto riscoprendo che questa terra e alcuni dei suoi abitanti non devono di necessità essere condannati all’oblio del lutto. 

Buongiorno, sono le sei e trenta

Ore 6,50 - C'è già gente affacciata al ponte di poppa.

Un girò al solito ponte di poppa. Il cielo accenna appena a schiarire. Dalla parte opposta si vedono le luci e Porto Torres. Come affacciati al balcone di casa un po’ di passeggeri assiste al rinnovarsi del miracolo della vittoria della luce sulle tenebre. Tornò dentro senza convinzione.
“Cornetto e caffè”. Giacca e cravatta non sembrano rendere più svegli quest’uomo dietro alla cassa. Credo abbia più sonno di me.
Caffè appena bevibile… Torno fuori.

Ore 7,10 - Il cielo schiarisce e il ponte si popola.

Il vento accarezza la pelle senza fretta sullo sfondo di un cielo che si è schiarito e contiene con difficoltà i lampioni ancora accesi. Non ho voglia di salire sul ponte più alto. Lì bisognerebbe davvero coprirsi e non ne ho voglia.

 

Ore 8,15 - L'ingresso a Porto Torres.

Al confine tra cielo e mare si disegna una luce aranciata. La luce che scaturisce da questa linea rende visibili le onde in un contrasto di colori freddi acecntuato dai quarzi che non si capisce cosa debbano illuminare lì a poppa. E il porto è sempre più vicino. Tra poco la trafila: consegna delle chiavi, attesa, discesa ai garage, caos, smog al chiuso e finalmente sbarco a un’ora che ti permette solo di metterti marcia vrso sud

Ore8,40 - Lo sbarco dal traghetto.